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Cronaca di un disastro annunciato

Il territorio di Messina brucia nell’indifferenza generale, una tragica “tradizione??? di morte e distruzione che si ripete ogni anno all’arrivo della stagione estiva, quando con efferata premeditazione, ignoti criminali innescano roghi che devastano e distruggono il nostro territorio.

E’ evidente che questi accadimenti siano opera di un disegno criminale premeditato che con efferata determinazione, ogni anno ed in più zone della Sicilia e della penisola, distrugge il ns patrimonio ambientale ed uccide; basti ricordare le vittime di qualche anno fa nella zona di Patti, in prossimità di un agriturismo.

Lo Stato deve agire immediatamente, reprimendo questi atti di terrorismo con la stessa determinazione con la quale si combattono le battaglie contro la mafia. Il controllo del territorio è fondamentale ed è indispensabile il coinvolgimento delle nostre forze armate. L’azione repressiva è imprescindibile per un ritorno immediato alla legalità, occorre applicare pene severe equiparate ai reati di mafia e di terrorismo.

Premesso questo, gli ultimi eventi drammatici che hanno scosso la nostra vita e ci hanno indignato, ci impongono delle riflessioni serie. L’attuale politica di prevenzione e di tutela del territorio si è dimostrata fallimentare. In Italia non c’è un sistema sinergico tra le istituzioni ed i vari attori competenti in materia di protezione civile ed ambientale. Urge un cambiamento di rotta da parte di tutti, con strategie ed interventi calibrati alla nostra realtà territoriale ed ambientale, è inaccettabile continuare ad assistere impotenti a questi drammatici fatti di cronaca nera che minano le basi del nostro vivere civile.

Ma in Italia ed in Sicilia succede anche che in nome della burocrazia ovvero di un falso ambientalismo ci siano impedimenti per eseguire la manutenzione di un bosco, di un terreno agricolo infestato da vegetazione incolta. Creare mille difficoltà per la realizzazione di un viale tagliafuoco in prossimità di fitocenosi ad alto rischio di combustione, impedire il ripristino delle tradizionali pratiche agricole da secoli patrimonio del nostro territorio, è incoscienza pura ed ostacola la prevenzione dagli incendi.

19989488 10213307372588362 4646081702438824501 nLa teoria di imbalsamare gli ambienti seminaturali, considerandoli sistemi statici, dove l’uomo è un fattore estraneo, denota ignoranza. Gli attuali sistemi agricoli e forestali delle nostre montagne sono sorti grazie all’intervento dell’uomo, proprio le pinete ed i castagneti dei M.Peloritani, obiettivi dei recenti attacchi criminali, sono meravigliose opere d’arte naturale, realizzate dall’Azienda Foreste Demaniali negli anni 20 e 30.

In aree rurali ormai abbandonate, flagellate dagli incendi nel periodo estivo e dalle frane nel periodo autunnale, sarebbe prioritario consentire le attività agricole tradizionali e la manutenzione forestale che garantirebbero anche una preziosa manutenzione dei versanti. E’ fuorviante la teoria di chi, in nome di un’ideologia ambientalista deviata che travisa anche le Direttive Europee, tutela gli ambienti incolti ad oltranza, senza una corretta distinzione ecologica, sostenendo che siano sempre ed in ogni situazione ambientale, sinonimo di ricchezza della biodiversità.

I pascoli, i prati e le praterie aride che diventano ecologicamente importanti quando colonizzano aree marginali a ridosso di ecosistemi forestali e sistemi agricoli, costituiscono oggi una delle tipologie di vegetazione più diffuse in tutti i Monti Peloritani. Essi ormai caratterizzano negativamente il nostro paesaggio, sviluppandosi spesso senza soluzione di continuità ed in queste condizioni ecologiche rappresentano il primo stadio di successione ecologica regressiva, post incendio, ossia sono la risultante della degradazione di aspetti vegetazionali più evoluti, presenti prima del passaggio del fuoco; pertanto è errato ipotizzare che rappresentino gli habitat originari delle nostre aree montane e collinari. Un tempo la presenza di queste fitocenosi erbacee nel territorio peloritano era marginale che, invece, era caratterizzato da zone coltivate, con presenza di specie arboree d’interesse agronomico tipiche dell’area mediterranea (Olea europaea, Citrus spp. Ceratonia siliqua, ecc.) e da zone naturali con la tipica vegetazione climatogena dei querceti e di altre formazioni arboree e arbustive della vegetazione forestale e preforestale appartenente alla Classe sintassonomica dei Quercetea ilicis.19990500 10213307373428383 4458683693041298003 n

Quando nei secoli passati i versanti dei Peloritani erano coperti dalle estese formazioni forestali di cui sopra, frammiste a vigneti, frutteti, uliveti, agrumeti ed anche agli incolti marginali, il livello di biodiversità era sicuramente maggiore e le catene trofiche erano ben più complesse e strutturate rispetto alle attuali condizioni ecologiche.

Questa scelta preconcettuale a favore degli incolti, a discapito degli ambienti coltivati e delle aree forestali, comporta un’esposizione continua del nostro territorio agli incendi, in quanto proprio questa vegetazione è il substrato ideale per l’innesco ed il passaggio del fuoco, propedeutici alla desertificazione ed al dissesto idrogeologico con le tragiche conseguenze che noi tutti conosciamo.

In tema di tutela ambientale esistono due scuole di pensiero che evidenziano altrettante alternative al trattamento degli ecosistemi in seguito al fenomeno dell’abbandono. Una è quella rappresentata dal metodo del restauro passivo del paesaggio o “rewilding???. Questa strada agevola il ripristino degli ecosistemi naturali grazie alla riduzione diretta dell’intervento antropico sul paesaggio ma sottovaluta i fattori di disturbo antropici come gli incendi, il conseguente rischio di dissesto idrogeologico e di desertificazione.19956225 1086680271462259 5657028551130618163 o

 

 

Le principali conseguenze della desertificazione nell’Europa meridionale e sudorientale sono le seguenti:

  • riduzione della resistenza dei suoli alle pressioni naturali e umane;
  • riduzione della crescita di vegetazione;
  • depauperamento delle risorse idriche superficiali e sotterranee, a causa del ruscellamento superficiale accelerato, e aumento dell’esposizione ai processi di degrado (contaminazione, acidificazione, salinizzazione);
  • deterioramento della qualità del paesaggio;
  • perdita di biodiversità.

Inoltre, la desertificazione può esercitare effetti indiretti sul clima regionale e sulla migrazione degli uccelli, quindi una gravissima criticità da scongiurare all’interno della Zona di Protezione Speciale che interessa lo stretto di Messina, corridoio migratorio tra i più importanti del mediterraneo.

La seconda alternativa è rappresentata dall’instaurazione di coltivazioni a impatto minimo di “alto valore agricolo??? con metodi colturali a bassa intensità che garantiscono la conservazione della biodiversità, il mantenimento degli habitat, la benefica influenza sulle competizioni e la riduzione del rischio d’incendio. In una prospettiva più ampia la disputa tra i sostenitori dei due metodi riflette un diffuso dibattito scientifico su come debba essere perseguito il mantenimento della biodiversità: senza intervento (“rewilding???) o con interventi mirati (di “alto valore agricolo???).

La seconda strategia è decisamente la più adatta per la gestione del nostro territorio in quanto riesce a raggiungere il climax ambientale in tempi brevi limitando i fattori di disturbo antropico.

Nel frattempo l’estate avanza, i mari diventano sempre più caldi, oserei dire bollenti per via di temperature superficiali già prossime o superiori ai + 28°C. Il Mediterraneo diverrà una pentola a pressione pronta a sfornare una fucina temporalesca entro l’autunno ideale per creare ansia e preoccupazione per temibili nubifragi che potrebbero interessare con conseguenze tutte la valutare anche le aree peloritane carbonizzate, immaginate che problemi di dissesto geomorfologico a ridosso delle abitazioni, senza più vegetazione rigogliosa con pendii a forte acclività.

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Agr.Dott.nat. Giovanni Sarra