Il mare bene comune, lo dice la Costituzione Italiana ma fa eccezione Messina

Il mare bene comune, lo dice la Costituzione Italiana ma fa eccezione Messina

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10540744_10206025336100363_3433832391915281115_nLa chiusura da parte dell’Autorità Portuale di Messina dei cancelli che sono posti all’accesso del tratto di litorale esterno della Zona Falcata, motivata con ragioni di “pericolo per  la sicurezza” pone con drammatica urgenza al centro del dibattito cittadino il tema della fruizione del nostro mare, delle nostre cose, delle nostre spiagge.

Da anni siamo abituati a discettare su temi assai altisonanti, come la “valorizzazione del nostro mare”, o sul recupero del nostro splendido affaccio a mare: la politica – di tutti gli schieramenti – si è baloccata con parole magiche e con ipotesi di rilancio spesso assai poco percorribili, se non sulla carta.

I tavoli tecnici e le varie forme di cooperazione interistituzionale che vedono da anni protagonisti il Comune di Messina, la Regione Siciliana, l’Autorità Portuale e l’obsoleto Ente Porto individuano sempre percorsi di valorizzazione splendidamente costruiti sulla carta, che alla prova dei fatti, per intoppi burocratici, incapacità amministrative degli enti coinvolti (e mai sanzionati: mai un dirigente che paghi per propria manifesta incapacità, seppure spesso i nomi siano noti a tutti) o per incapacità a finalizzare le pur previste risorse finanziarie, non si completano mai.  In questo senso, con rimpianto ed invidia possiamo far volare la mente a politici di ben altro spessore umano e qualitativo, come Italo Falcomatà che a Reggio, anni fa,  si impose sulle beghe locali e dei partiti e pretese dal Governo nazionale l’interessamento immediato per liberare quel “chilometro più bello d’Italia” che altro non è che l’affaccio sullo Stretto di Messina.

A noi non è stata possibile questa strada. A noi è stata data la strada dei comitati, dei tavoli tecnici, dei politici e politicanti che per anni, sul degrado e sulla incuria dei nostri splendidi litorali hanno costruito fortune politiche, e del disinteresse generale sul tema.

La vicenda di queste ore ci interroga drammaticamente rispetto a due temi, che per la città di Messina e per la sua politica non sono più rinviabili, a pena di perdere la credibilità residua:

  1. E’ concepibile che alla competenza dell’Autorità Portuale di Messina (peraltro a rischio che essa vada portata a breve a Catania) spetti non soltanto l’area portuale della Falce, con le attività in esse contenute e connesse al porto in sé, bensì anche spazi di spiaggia e di mare non interessati alla funzione portuale? Passi l’autorità sullo spazio portuale, come prevede la legge. Ma che senso ha oggi, nel 2015, in una città che vuole e deve – oserei dire, pretende –valorizzare il suo mare, consentire che importanti tratti di mare pubblico, come la riviera del Ringo (prima spiaggia urbana della città), il litorale esterno della Zona Falcata, la cittadella fieristica siano di competenza dell’Autorità Portuale?  Come può, un Comune che vuole rilanciare la funzione strategica delle sue risorse marittime, dover chiedere il permesso – cappello in mano – ad un’Autorità dello Stato per favorire il rilancio di spazi importantissimi per la città e che alla città dovrebbero essere restituiti?
  2. E’ possibile che pur essendo da anni a disposizione risorse pubbliche da destinare alla bonifica e alla rifunzionalizzazione degli spazi di interesse della Zona Falcata, ad oggi non si sia messo mano ad alcuna attività concreta? Si dice che la chiusura dei cancelli della Zona Falcata sia propedeutica alla bonifica degli spazi: speriamo possa essere così. Ma l’Autorità Portuale ha l’obbligo istituzionale e morale – dinanzi alla città – di comunicare con certezza e trasparenza tutti gli atti e i tempi previsti perché la bonifica parta e si realizzi. Finora non c’è una sola parola, né sui tempi, né sui metodi. Solo un cartello che, laconicamente, annuncia la chiusura e un imprecisato piano di bonifica. Ma si devono pretendere parole chiare e tempi certi. Finora, sono passati dieci anni. Di sole chiacchiere. E questo fatto non deve ripetersi.
  3. Infine: è concepibile che un così vasto tratto di litorale, che è bene demaniale, che è bene comune per definizione, sia precluso alla fruizione pubblica? In sintesi: è davvero impossibile – tecnicamente – che si possano trovare altri percorsi in sicurezza per accedere al mare della Zona Falcata senza “rischiare” di danneggiare o di essere posti in pericolo di sicurezza?

Il tema della “privatizzazione” del nostro mare deve tornare all’ordine del giorno urgente della politica e delle Istituzioni locali. Assistiamo da decenni a privatizzazioni (pubbliche e private) di sempre più ampi spazi di spiaggia.  Porzioni di litorale che vengono precluse alla fruizione collettiva, sottratte alla pianificazione territoriale, alla vocazione potenzialmente turistica e, non sembri una banalità, persino alla da noi tanto amata e diffusa vocazione alla pesca sportiva.  E’ davvero questa, la strada che la politica in città ipotizza per il rilancio della nostra linea di costa? Quella della privatizzazione e dell’accesso regolamentato solo per chi ha le possibilità economiche per farlo e spazi sempre più ridotti per i tanti, liberi cittadini, che hanno minori possibilità?

Non credo sia questa la strada corretta. E auspico che si possa nel più breve tempo possibile convocare un Tavolo tecnico (ahimè, l’ennesimo… speriamo più produttivo) presso l’Autorità Portuale, a cui invitare, oltre che il Comune di Messina – da mesi in silenzio assoluto su questi temi – anche  le associazioni ed i comitati di cittadini interessati alla fruizione del mare, per stabilire insieme non solo modalità meno drastiche di affrontare il problema, ma per consentire che il fine della sicurezza possa convivere in maniera equilibrata con l’altrettanto legittima aspirazione di tanti messinesi ad accedere alla pubblica spiaggia della loro città. ( Nota di Alessandro Russo )

Pubblicato il 24/01/2015 13:41

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